Capaci di sentire: il ritorno a sè.

Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo. E’ la qualità più bella di un rivoluzionario”. (Ernesto “Che” Guevara).

“La Via del Tao è il ritorno” dicono i testi della cultura classica cinese. Che cosa si intende con ciò? Provo a dare qualche lettura personale che sia utile ai praticanti, dato che siamo all’interno di una filosofia della prassi in cui è l’azione ad essere determinante, a definire chi siamo, e non il pensiero. Quest’ultimo anzi risulta condizionato, se non determinato, da quel che materialmente e spiritualmente esperiamo nella nostra esistenza.

Distinguo a questo scopo due differenti livelli di “Ritorno” possibile: quello ontogenetico e quello filogenetico. Con ontogenesi ci si riferisce all’insieme dei processi di sviluppo che riguardano l’individuo dallo stadio embrionale alla maturazione come persona.

La filogenesi concerne invece l’evoluzione della specie.

Il “ritorno” si può dunque esperire in entrambe i sensi, dal particolare ontogenetico che riguarda l’individuo al generale filogenetico, ovvero percepirsi come parte di un orizzonte più ampio, in armonia con lo sviluppo filogenetico della specie cui apparteniamo.

Più facile a dirsi che a realizzarsi, ma credo che un percorso di consapevolezza necessariamente debba confrontarsi con questi aspetti.

Il livello individuale comporta come meta un processo di “ripulitura” che renda chiaro il motivo per cui siamo chiamati a vivere la nostra esperienza come persone: la scoperta della propria “ghianda personale” (ciò che motiva il nostro essere al mondo) che a raggiera dà un senso alla nostra esistenza.

Si tratta di un processo senza fine, un po’ come lucidare un gioiello che restituirà una luce sempre maggiore, permettendoci di realizzare il nostro destino personale, con compiutezza e senza rimpianti. Già a questo livello molti si scoraggiano e rassegnano a prendere la vita come viene, senza una bussola, senza un centro cui tornare come un porto sicuro durante le tempeste della vita. L’aspetto problematico è la disciplina che richiede un lavoro interno di questo genere, unitamente a una buona dose di coraggio nell’affrontare i propri limiti e di benevolenza con se stessi. Si tratta di danzare tra la fermezza dei propositi e la dolcezza di un agire senza giudicarci, cosa diversa dal comprenderci.

“La via del guerriero gentile” potremmo chiamarla. La Rettitudine ci permette di essere coraggiosi e determinati, la Benevolenza di essere gentili con noi stessi, e con il prossimo…salvo che quando ci calpesti i piedi.

In questo senso faccio mia la definizione di“arti cavalleresche” di cui parla il maestro Georges Charles, in alternativa alla definizione di origine nord americana di “arti marziali”. Termine quest’ultimo che rimanda alla divinità latina di marte, un dio violento, stupratore, amante della guerra e del culto della forza: niente di più lontano da quel che coltivano le nostre pratiche.

Un cavaliere dei tempi moderni, uomo o donna che sia, è bene chiarirlo subito,

agisce nel mondo sapendo di essere ciò che è, da dove viene e in che direzione andare.

Un grande combattente della storia moderna, Ernesto Guevara, asseriva che un rivoluzionario è anzitutto dotato di un grande senso di umanità, di amore per la giustizia, e avversione per l’oppressione:

“ Ricordatevi che l’importante è la rivoluzione, e che ciascuno di noi da solo non vale nulla. Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo. E’ la qualità più bella di un rivoluzionario”. (Ernesto “Che” Guevara).

E’ esattamente la stessa cosa, per me, della rettitudine e benevolenza che caratterizzano un moderno cavaliere, chiamato ad avere una parte attiva nel mondo, e a trasformarlo secondo giustizia. Mentre le forze di potere, a iniziare dai governi, fanno di tutto per disumanizzare, rendere le persone inette al sentire. Incapaci di empatia, assuefatte al dolore e al ricatto sulla propria pelle. E ancor meno in grado di riconoscere il dolore di chi paga maggiormente il prezzo di politiche repressive, da apartheid, quali il green pass.

L’altro aspetto è quel che riguarda lo sviluppo filogenetico. La domanda che mi pongo è: come può un individuo tornare a sé distaccandosi irreparabilmente da quel che siamo come specie? Mi rendo conto che la questione è complessa, mi limito a lanciare delle considerazioni che andrebbero sicuramente approfondite.

Ma il punto ineludibile penso sia che il sistema socio culturale in cui viviamo mette le persone drammaticamente in conflitto con il dato più concreto e materiale che ereditiamo dalla storia della specie: il corpo. Quando veniamo al mondo, il nostro corpo possiede in potenza tutte le caratteristiche dell’antico cacciatore raccoglitore di epoca preistorica: la capacità di correre 10-15 km al giorno per inseguire il proprio pasto, di arrampicarsi velocemente su un albero per sfuggire ai predatori, mani forti per scavare la terra e cercare tuberi, per lottare, portare pesi, lanciare armi ecc. Buona parte di queste attività i bambini le mantengono, almeno fino all’epoca pre-covid è stato così, vedremo nel tempo quante di queste capacità verranno sacrificate da scellerate imposizioni che probabilmente fanno molto più danni di quel che dichiarano di curare. In età adulta quelle stesse abilità si affievoliscono o perdono del tutto, andando incontro a vere e proprie amnesie moto-sensoriali. Con questo non intendo alludere a un ipotetico ritorno a qualche “stato di natura”, e non sono per niente favorevole a rinnegare lo sviluppo tecnologico e scientifico.

Casomai, vorrei che scienza e tecnica fossero al servizio dell’umanità e non del profitto, come accade nelle società del capitalismo liberista.

La prospettiva scientista oggi imperante parte dall’assioma che scienza e tecnica siano neutrali ed oggettive, ma è solo un costrutto ideologico finalizzato a motivare decisioni politiche a loro volta corrispondenti a precisi interessi materiali.

L’umanità avrebbe tutti gli strumenti per far dialogare sincreticamente, per esempio, le molte medicine esistenti, anziché imporre una sola visione con arroganza e violenza.

Sarebbe bello che nei nostri ospedali esistessero prospettive integrate. La medicina occidentale è molto abile ad addentrarsi “nell’infinitamente piccolo”, fino al livello cellulare, ma al tempo stesso perde la visione unitaria della persona, che ha un corpo, una mente, uno spirito, un’energia…aspetti in cui le medicine orientali danno un contributo prezioso. L’una è una medicina che gioca le sue cartucce più forti nell’attacco dei sintomi, l’altra nella prevenzione.

Ma nessun dialogo è possibile, e quel che è peggio è la pretesa di imporre un solo modello, quello corrispondente agli interessi di big pharma, che concorre a sperimentare nuove forme di comando di tipo distoptico, assolutistico, repressivo in cui vengano messi in discussione e spesso soppressi diritti fondamentali in qualsiasi ordinamento democratico in nome di “emergenze”da reiterare e modulare in base agli interessi in gioco.

Tornando al ragionamento sui nostri antichi corpi, se sarebbe velleitario pensare di ripristinare le abitudini del cacciatore raccoglitore, al tempo stesso non vedo motivo di accettare passivamente l’imposizione di uno stile di vita da malaticci, deboli, sovrappeso.

Non dobbiamo dimenticare che anche l’intelligenza cognitiva ha a che fare con le esperienze corporee: tanto più queste si immiseriscono, tanto più ci si inaridisce a livello più sottile. Così in alto, così in basso.

Merlino, magic dog LiberTao

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