Testo e traduzione di Donatella Vinci, di Scuola LiberTao

Durga, dea della creatività femminile
La tradizione poetica della Bhakti (dal sanscrito “devozione”) si sviluppa in India nell’arco di un millennio dal VII al XVII sec., dai movimenti mistici incentrati sull’amore personale verso una divinità, in genere Vishnu nel suo avatar Krishna (figura centrale del Mahabharata e del Bhagavad Gita) o Rama, ma che può variare a seconda della regione (Shiva, Devi per citarne alcuni).
La religione in cui si inquadra il movimento è dunque l’induismo, ma a partire dal XV sec. la tradizione poetica acquisirà una nuova linfa grazie ai poeti e alle poete Sikh.
Il movimento Bhakti ha promosso l’idea che la salvezza e la liberazione spirituale possono essere raggiunte da chiunque indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza, dal grado di istruzione e dal genere. Questo suo approccio inclusivo è stato per certi versi rivoluzionario se si considera che nella società indiana persino gli aspetti come la religiosità erano soggetti ai rigidi vincoli delle caste.
I versi della poeta Janabai, vissuta nella regione indiana del Maharashtra a cavallo tra il XIII e il XIV sec. (ma amata e considerata santa ancora oggi in India), testimoniano in modo esemplare questo spirito. Janabai apparteneva ad una famiglia povera della casta mahar (la più bassa della gerarchia socilae), a soli 7 anni fu ceduta come schiava ad una casa più abbiente di Pandharpur (una città sacra ancora oggi meta di pellegrinaggio per gli induisti). Il suo spirito avrebbe potuto essere schiacciato dalle durissime condizioni di vita in cui si trovò fin dalla nascita, ma il caso volle che la famiglia a cui venne ceduta apparteneva al padre del poeta mistico Namdev: un segno del destino per Janabai che servì ad alimentare il suo fervore mistico e i suoi versi. Nelle sue poesie Janabai (che chiama se stessa col diminuitivo “Jani”) chiede al dio Vitthal/Vithoba (un avatar di Krishna) di aiutarla a svolgere i pesanti lavori domestici a cui è sottoposta ed è meravigliosamente sfrontata: lei che è sottomessa a tutti gli uomini pretende che il dio si sottometta a lei, ne ha il diritto, perchè possiede la Parola “so’ham” che esprima quanto lei e il dio siano una cosa sola. E così quando ci racconta di aver incatenato e picchiato Vitthal non ci sta parlando d’altro che del suo strenuo sforzo di ottenere da se stessa l’ascesi, la pienezza mistica.
Janabai, dalla traduzione inglese di Sarah Sellergren dell’originale in lingua marathi:
Jani ne ha abbastanza del Saṃsāra
ma come ripagherò il mio debito?
O Signore,
lasciati la magnificenza alle spalle
e vieni a macinare il grano
insieme a me,
fatti donna, lava me
e i miei vestiti sporchi,
porta l’acqua con fierezza
e raccogli lo sterco
con le tue stesse mani.
Io voglio un posto
ai tuoi piedi, Signore,
dice Jani, la serva di Namdev.
—
Ho catturato il ladro di Pandhari (riferimento a Vitthal)
lanciandogli un lazzo al collo.
Ho fatto del mio cuore
la cella di una prigione
e l’ho rinchiuso dentro.
Con la Parola l’ho legato saldamente
ho incatenato i suoi piedi santi
l’ho picchiato, frustato
con il mantra so’ham
mentre lui, Vitthal
si lamentava amaramente.
Mi dispiace, o Signore,
dice Jani,
finchè vivrò
non ti lascerò più andare.
—
ancora Janabai, dalla traduzione inglese di Vilas Sarang dell’originale in lingua marathi:
Getta via ogni vergogna
e venditi al mercato
solo allora puoi sperare
di raggiungere da solo
il Signore.
I cembali in mano
la vina* sulla mia spalla,
vado in giro;
chi osa fermarmi?
Il pallav* del mio sari
ricade a terra -uno scandalo!-
eppure entrerò
nel mercato affollato
senza un pensiero.
Jani dice: mio Signore,
ono diventata una poco di buono
per raggiungere la Tua casa.
(*La vina è uno strumento musicale a corde tipico dell’india e molto più piccolo e portatile del sitar
**il pallav è l’ultimo pezzo della scriscia del sari che rimane libero di fluttuare ricadendo dalla spalla sinistra, se arriva a toccare terra vuol dire che la fasciatura del sari si sta sciogliendo)
Quest’ultimi versi ci presentano un’immagine ricorrente nella poesia bhakti, quella della devota che per seguire la sua vocazione si spoglia di tutto, anche delle proprie vesti, e abbandona ogni attaccamento al suoi io, compreso il pudore femminile, in nome della ricerca del profondo Sè.
Della poeta Lal Ded (detta Lalla) vissuta nel Kashmir nel XIV sec. sappiamo che fu costretta a sposarsi in giovanissima età e che a causa dei maltrattamenti subiti abbandonò la casa a cui era stata destinata avvicinandosi ai devoti di Shiva e cominciando a vagare nuda di villaggio in villaggio cantando i suoi versi di illuminata:
Lalla, dalla traduzione inglese di Coleman Barks dell’originale in kashmiri:
Se hai dissolto i tuoi desideri
nel fiume del tempo allora scegli
di vivere in prigione, scegli
una famiglia, il lavoro, il villaggio…
ma se conosci il dio puro dentro di te
tu sarai Quello ovunque.
—
Il giorno si annullerà nella notte
l’orizzonte si estenderà nell’altrove,
come la luna nuova viene inghiottita
da un’eclissi la mente in meditazione
verrà completamente compresa
nel Vuoto.
—
Alzati, smemorata, è l’alba,
è ora di iniziare la ricerca
apri le ali e sollevati!
I polmoni sono il mantice della fucina,
nutri il fuoco, trasforma il tuo metallo!
È l’aurora ad innescare l’alchimia
mentre esci ad incontrare
chi tu ami.
—
ancora Lalla dalla traduzione inglese di Ranjit Hoskote:
È molto più facile studiare che agire,
stagnare nel mentale
piuttosto che cercare il Sé profondo
smarrendo quanto ho letto
nella fitta nebbia della mia pratica,
mi sono imbattuta in una seconda vista.
—
Mi sono fatta strada
per ben sei foreste
finché è sorta la luna
dentro di me.
Il respiro del cielo
mi attraversava cantando
seccava il mio corpo.
Ho bruciato il mio cuore
al fuoco della passione
e ho trovato Shankara.
—
Ho fermato il mio respiro
all’altezza della gola:
si è accesa una scintilla dentro me
mi ha mostrato chi ero veramente.
Ho attraversato il buio
stringendo quella lampada
spargendo semi di luce
mentre andavo.
—
Da un santuario ad un altro
l’asceta non sa fermarsi
per prendere fiato.
Andare in pellegrinaggio
è innamorarsi del verde
dell’erba lontana.
Lalla, è una poeta tutt’oggi molto amata tanto che nel Kashmir c’è un detto che recita più o meno così: “ci sono due le parole che contano in kashmiri: Allah e Lalla”. Ma la santa poeta in assoluto più apprezzata in tutta l’India è indubbiamente Mirabai che visse nel XVI sec. A Rajputana, un’area dell’attuale Rajasthan. A differenza di Janabai, Mirabai apparteneva alla casta più alta, motivo per cui era stata fatta sposare con il principe ereditario di Mewar, nonostante lei avesse più volte dichiarato che il suo amore era solo ed esclusivamente per Krishna. Molti dei racconti della vita di Mirabai sono focalizzati sulle sue lotte con la famiglia reale del marito che non approvava le sue pratiche devozionali e il suo cercare la compagnia di sant’uomini erranti (un comportamento disdicevole per una principessa). Questi conflitti crebbero a tal punto che si racconta che i suoi parenti tentarono di ucciderla, una volta con un serpente mortale, un’altra volta con il veleno, ma entrambe le volte si salvò miracolosamente. Quando suo marito morì, Mirabai si rifiutò di gettarsi sulla pira funeraria e alla fine da principessa che era intraprese la vita di mendicante e poeta errante, dedicandosi esclusivamente al suo amore per il dio.
dalla traduzione inglese di Robert Bly dell’originale antico hindi:
La macchia del Danzatore Immenso
è penetrata fin dentro al mio corpo.
Ho bevuto dalla coppa della Musica
ed ora sono irrimediabilmente ebbra.
Ebbra rimango qualunque cosa faccia.
Rana, disapprovando, mi ha dato una cesta
dentro la cesta giaceva un serpente,
Mira ha messo quel serpente attorno al collo:
era la collana di un amante, stupenda!
Il regalo successivo fu il veleno:
“Questo è per te, Mira”
ho ripetuto il Santo Nome nel mio petto
e lo ha bevuto: era buono!
Ogni nome che Lui ha è una lode;
quella è la tazza che mi piace bere,
e solo quella. “È il Grande Danzatore
mio marito” -dice Mira-
“la pioggia lava via gli altri colori”.
**
dalla traduzione inglese Andrew Shelling dell’originale antico hindi:
Senza quel Rapace Oscuro
non sopravviverei
mia suocera mi strilla,
sua figlia sogghigna,
il principe è inciampato
in una furia permanente.
Adesso hanno sprangato
la mia porta e la presidiano
con una guardia fissa.
Ma chi potrebbe rinunciare a un amore
che ha attraversato innumerevoli vite?
L’Oscuro è il signore di Mirabai,
solo Lui può placarle il desiderio.
**
Amico mio, sono andata al mercato
e ho acquistato l’Oscuro.
Tu esprimi la tua fede di notte,
io lo faccio di giorno:
ho suonato il tamburo tutto il tempo
mentre acquistavo il dio
tu dici che ho dato troppo, io dico troppo poco
ciò che ho pagato è stato
il mio corpo sociale
il mio corpo cittadino,
il mio corpo famigliare
con tutti i miei gioielli ereditati.
Mirabai dice: “Il Signore Oscuro
è mio marito adesso.”
Sii con me quando vado a letto
me lo hai promesso in una vita precedente.
BIBLIOGRAFIA:
-Robert Bly eHirshfield Jane, “Mirabai: Ecstatic Poems” , 2004
-Lalla, “The Poems of Lal Ded”, Hardcover, 2012
-Lalla, “Naked Song”, Paperback, 2006
-“Women Writing in India: 600 B.C. to the Present, V: 600 B.C. to the Early Twentieth Century” a cura di S. Tharu e K.Lalita, Paperback, 1993
– “Women Bhakta poets: Manimekalai, Andal and Janabai”, Gyan Books, 2006
(Per una approfondita bibliografia sulla poesia mistica indiana e del mondo si consiglia di visitare il bellissimo sito “Poetry Chaikhana”.)
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