
“Tutte le profezie raccontano
che l’uomo creerà la sua distruzione.
Ma i secoli e la vita che sempre si rinnova
hanno anche generato una stirpe
di amatori e sognatori,
uomini e donne che non sognano
la distruzione del mondo,
ma la costruzione di un mondo pieno di farfalle, e di usignoli.”
(Gioconda Belli, Tutte le profezie raccontano)
Secondo la cosmovisione di molte culture antiche (come quella cinese, indiana, giapponese….) il mondo delle forme è una manifestazione dell’energia che anima
l’ universo.
Tutto è energia dunque, dato confermato anche dalla fisica moderna, che a livello di ricerca ha definitivamente superato la dicotomia materia/energia tipica della fisica ottocentesca.
La materia non è più vista come qualcosa di oggettivo e separato dall’osservatore, tra i due esiste una relazione mediata dall’ energia, di cui sono entrambe manifestazione.
La materia che percepiamo come solida è essa stessa energia condensata.
Il linguaggio simbolico e poetico degli antichi traduceva l’essere immersi in un campo energetico con “risonanza”.
Corpi e spiriti connessi risuonano a distanza come due strumenti ben accordati perché collegati da un campo vibrazionale.
Dunque tra microcosmo essere vivente e macrocosmo universo esiste, in questo sguardo, una relazione circolare, in cui Tutto è Uno e si relaziona col Tutto.
L’uomo moderno, disintegrato da secoli di dualismo meccanicista è come “rotto dentro”, non riesce a cogliere, e soprattutto a Vivere, questa circolarità (se non intellettualmente).
Circolarità che pure viene comprovata dalla fisica quantistica col fenomeno dell’ entanglement, in base al quale due particelle collegate reagiscono all’ istante, indipendentemente dallo spazio che li separa e con una velocità che supera quella della luce.
E’ di nuovo di risonanza che si parla, anche se con linguaggio diverso.
Il primato del mentalismo “razionale” a scapito di quella componente legata all’energia che è il sapere intuitivo, la percezione sottile, è il correlato del dualismo, della separazione che dis-integra e plasma individualità dominate dall’ ego e dai suoi meccanismi difensivi efficacemente definiti da Marco Guzzi “egoico bellici” (si vedano le numerose pubblicazioni dell’ autore e il canale YouTube del movimento Darsi Pace).
Difese finalizzate a cercare di mettere sotto controllo la sofferenza, inevitabile portato della separazione: rabbia, paura, disperazione, accondiscendenza servile, stanchezza cronica, depressione, ansia, assenza di senso e direzione nella vita, ne sono alcuni esempi tangibili.
L’ io diviso, scisso, si barrica, finendo in una spirale che lo porta a sofferenza e frustrazione crescente: da un lato si anela al ricongiungimento, dall’ altro tutta l’ organizzazione sociale e culturale spinge alla separazione.
Nel suo libro “Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione” (Derive Approdi, 2020) Stefania Consigliere argomenta in modo molto efficace come la modernità capitalista abbia occupato militarmente la dimensione dell’ immaginario, condannando quel che sfugge alla logica razionalista come superstizione o follia.
Il disincanto che ne consegue è del tutto funzionale al nuovo totalitarismo:
“Lo sbarramento dell’ immaginario è indispensabile alla dinamica della totalizzazione (….). Nell’ assoggettamento integrale niente deve arrivare, da fuori, a spezzare la continuità tra individui e mercato, a suggerire l’ esistenza di altre logiche e altre esigenze. Niente deve interrompere il ciclo della produzione e del consumo, il nesso fra le esigenze della struttura e le pulsioni individuali. Del mercato, infatti, sentiamo ogni sussulto, i suoi fremiti riverberano in noi: desideriamo ciò che desidera, temiamo ciò che teme. Per contro, alberi, lupi, fonti, fantasmi, mulini a vento, stelle, dei e demoni hanno smesso di parlare. Nei sogni e nell’ ebbrezza non c’è conoscenza ma solo sragione.
Nel destino del mondo non ne va più di noi, nel destino nostro non ne va del mondo” (S. Consigliere, op. cit. Pag. 33).
L’ indviduo plasmato dal disincanto e dalla separazione che ne consegue è funzionale a un mondo con eguali caratteristiche, ovvero un mondo dominato dalla guerra, dal dominio antropocentrico sulle altre specie animali e vegetali, sullo sfruttamento dell’uomo sull’ uomo, sulla guerra, sulla menzogna propagandistica, sulla mortificazione di tutto ciò che può esserci di bello, vero, poetico.
Tuttavia, il sogno distopico del capitale di rendere se stesso l’ unica forma culturalmente accettabile di magia e incanto, con il suo corollario di paure indotte, di inquisitori e nuovi roghi che conosciamo molto bene soprattutto dagli anni della cosiddetta “emergenza sanitaria”, è illusoria in quanto l’ umanità porta in sé qualcosa d’ altro che mai potrà essere distrutto.
La contraddizione tra appartenenza al tutto e separatezza disincantata produce una sofferenza che può essere terreno fertile di trasformazione interiore e rottura rivoluzionaria.
Tutto interagisce col tutto, altro che impotenza del singolo: abbiamo responsabilità enormi, in base a come ci coltiviamo, o a come ci lasciamo vivere passivamente, segniamo e scegliamo il mondo in cui stare, e da lasciare ai posteri.
Quando viviamo un sentimento d’ amore (amore per la vita, nel senso etimologico di “assenza di morte”, ben diverso dagli ordinari attaccamenti) che espande la nostra coscienza ordinaria possiamo tranquillamente dialogare con un albero, un animale o con entità non visibili, entrando in una connessione profonda che comporta scambi di emozioni e di energia.
Energia che cura, eleva, espande i confini degli stati ordinari egoicamente separati.
Ma ciò è impossibile da esperire restando nel perimetro del mentalismo, occorre ferrea volontà di guarirsi attraverso pratiche adeguate, che abbiano alle spalle una sperimentazione empirica per lo meno plurisecolare.
Arti marziali tradizionali, yoga, qigong, pranayama, meditazione sono autentiche e collaudate Vie di guarigione e liberazione personale, se trasmesse con lo spirito giusto, che è quello di forgiare non solo corpi forti e sani che sfuggano alle logiche mortificatorie del sistema, ma anche uno spirito aperto a visioni “altre”, al di là della conoscenza sensibile e di quella razionale.
Si tratta di vivere stati di coscienza non ordinari insomma.
Non a caso la mentalità comune concepisce gli stati non ordinari di coscienza unicamente come sinonimo di sballo attraverso sostanze, mentre l’ ordinarietà sarebbe quella della separatezza, della quotidianità alienata.
Proviamo a fare in giro questa semplice domanda: quali stati non ordinari hai sperimentato? Le risposte saranno probabilmente standard: alcool, droghe, fumo….In quanti hanno abbracciato un albero sentendosi ricambiati fino alle lacrime, o dialogato con una volpe, un cervo o una sorgente nel bosco?
Ad ogni modo, riuscire anche solo per un lampo a uscire dalla gabbia egoico bellica, trasportati da un sentimento d’ amore o da uno slancio poetico, come dalla contemplazione della bellezza della vita, o di un paesaggio, permette di esperire concretamente che tutto è Uno.
E questa presa di coscienza è un atto rivoluzionario, se adeguatamente nutrita di strumenti per lavorare su di sé praticamente.
Quando le scienze escono dal dibattito accademico e dai laboratori di ricerca e diventano strumento delle scelte politiche di chi ha in mano le leve del potere economico, finanziario e della produzione ideologica, si ritorna come per incanto alle concezioni dualiste e meccaniciste superate in sede teorica. Contraddizione schizoide.
Nel caso della salute ad esempio, la definizione egemone è quella di assenza di malattia, e non quella di un benessere che coinvolge circolarmente il corpo, l’ energia, lo spirito, le emozioni, le relazioni con il prossimo e con il cosmo.
Concezione multidimensionale che può essere vera solo dentro una vita coscientemente esperita dentro al flusso circolare delle cose.
La visione egemone sottende un modello meccanicista di corpo macchina, in cui ogni organo, sistema, funzione, gode di vita a se stante, isolata da interventi medici sempre più iper specialistici.
Se hai un problema al cuore ad esempio, si può cambiare un pezzo, esattamente come se portassimo l’ auto che non parte a cambiare lo spinterogeno dal meccanico.
Nella pratica le scelte tecniche e operative dell’apparato sanitario si comportano come se l’aspetto energetico e sottile non esistesse affatto.
Il cuore dunque è un “pezzo”, una pompa, una componente meccanica, scevra da altre componenti che definiscono lo spirito della persona (Shen nella cultura classica cinese).
Siamo quindi di fronte al paradosso che mentre numerose branche delle scienze moderne (n.b.: le scienze al plurale, essendo la Scienza un costrutto totalmente ideologico al servizio dei rapporti di dominio) approdano a quello che le culture antiche dicono da millenni, l’ apparato tecnocratico che condiziona la nostra vita di tutti i giorni è ancorata a concezioni ormai desuete da decenni, ma funzionali alla riproduzione sociale e ideologica del sistema capitalistico.
A riguardo del tema salute trovo quanto mai attuale l’ analisi di Ivan Ilich in “Nemesi medica. L’ espropriazione della salute” (1976).
Già allora l’autore evidenziava con grande lucidità come la medicalizzazione integrale della società finisse per patologizzare ogni aspetto fisiologico del vivere, dalla nascita alla crescita, fino alla morte medicalmente assistita in strutture ospedaliere spersonalizzate e disumanizzanti.
L’ enfasi della biomedicina è tutta orientata ad aggredire la “malattia”piuttosto che prendersi cura della persona.
La frontiera di ciò che è definito patologico o deviante è sempre più estesa, per rispondere ad interessi economici o di controllo sociale.
Questo dato è strutturale, dice Ivan Ilich, e inevitabile quando il farmaco è merce e la malattia valore di scambio.
Il sistema capitalistico, per sua natura tarato sul profitto, sta alla salute come l’ armamentario termonucleare sta alla pace.
Con il risultato di espropriare gli individui della loro capacità di gestire il dolore e la capacità di auto guarigione del corpo.
Di fatto la medicalizzazione ha il compito specifico di sottrarre autoderminazione e potere alle masse a beneficio delle elites capitaliste.
Senza con ciò negare la potenza e utilità sociale della biomedicina occidentale in alcuni ambiti specifici, come la chirurgia ad esempio.
Non si tratta certo di opporre integralismo a integralismo, ma al contrario di allargare gli orizzonti in modo alternativo alla concezione dominante, erede diretta del colonialismo, della sua violenza impositiva e della sua ossessione per lo sradicamento coatto di modi tradizionali di prendersi cura (si veda in proposito Franz Fanon, I dannati della terra).
La prospettiva da costruire dovrebbe essere all’insegna della molteplicità e dell’integrazione tra approcci diversi alla cura, ma avviene il contrario: la bio medicina dell’ establishment si impone come unico verbo screditando tutto il resto come superstizioni.
Eppure parliamo di un metodo che ha solo pochi secoli di storia,
a fronte di altri che hanno migliaia di anni (nel caso della medicina tradizionale cinese circa 4000 anni di storia scritta!).
Si tratta di prendere atto che viviamo in un sistema che per sua struttura e logica interna ci vuole malati, esattamente come non può che produrre guerra e oppressione dei popoli.
Si pone dunque oggi, mi sembra, il problema di una conoscenza che sia al servizio di un processo di guarigione, di elevazione e di Liberazione che parta dall’ individuo.
È un passaggio importante, perché a livello di massa è solo la versione propagandata dalla Scienza ad essere divulgata (declinata al singolare come novella religione e verità rivelata, dotata di preti, sbirri, imperatori, servi, tribunali e streghe da bruciare).
È il tema della figura antropologica dell’essere umano libero e integro come superamento della figura dello zombi che si abbandona agli imperativi della riproduzione sociale, e all’accettazione servile delle sue imposizioni.
Nella cassetta degli attrezzi di questa conoscenza che cura non può mancare quel gigante del pensiero che è stato Karl Marx, cosa oggi comunemente riconosciuta anche dagli studiosi che non ne condividono la visione politica.
L’ apporto fondamentale di Marx, a livello di teoria della conoscenza (si veda per lo meno Karl Marx, L’ ideologia tedesca), è il ruolo determinante del modo di produzione in cui si vive nel plasmare la coscienza dei soggetti (ma a differenza dei deterministi, Marx riteneva che la soggettività dominata potesse qui e ora dotarsi degli strumenti per rompere l’ incantesimo del dominio).
Se si ha nozione di cosa significa modo di produzione capitalistico, basato sulla divisione classista del lavoro, il profitto, lo sfruttamento, il dominio sulla natura, è impossibile non cogliere quanto esso abbia plasmato nel profondo l’ umanità attuale.
La precarizzazione integrale di ogni ambito vitale operata dal neo liberismo (forma specifica del capitalismo nella sua fase di dominio integrale sulla umanità, senza le mediazioni tipiche dell’era dei welfare states), a partire dal rapporto di lavoro, a cerchi concentrici, si è estesa alle forme di pensiero labili, ai sentimenti resi inconsistenti, alle relazioni sempre più “tascabili”, a strutture di personalità sempre più instabili, lacerate, manipolabili e uniformate.
Fino a cancellare ogni traccia di memoria storica del fatto che in altre fasi le cose non andavano così, per esempio negli anni 70, quando si respirava un anelito di libertà, di sperimentazione anti autoritaria, di conquiste sociali e politiche fondamentali.
Altra categoria analitica fondamentale per Marx è quella di Totalità: ovvero considerare l’ interrelazione dei vari fenomeni sociali in base ai presupposti fondamentali del modo di produzione.
Una visione sistemica in cui Tutto è interrelato, ma non di meno è possibile individuare le contraddizioni principali e secondarie.
Non avere una visione unitaria e correlata dei fenomeni è, di nuovo, risultato di uno sguardo scisso, rotto internamente, dunque incapace di coerenza analitica.
A titolo di esempio, se non si è in grado di avere questo sguardo unitario e totale difficilmente si capirà qualcosa di quel che accomuna tutte le epocali “emergenze” continue che ci tocca vivere negli ultimi anni:
Il potere le crea, le naturalizza e oggettivizza, potendo contare su una propaganda ben più pervasiva rispetto a quella disponibile alle vecchie forme di potere dittatoriale come il nazi fascismo, grazie alle nuove tecnologie.
Non ti danno alternative, devi per forza subire quel che dicono, col pensiero e con le scelte, anche se distruttive per la salute, per l’ ambiente, per la pace.
Difendono la salute quando avvelenano, operano per la pace quando scatenano guerre sempre più micidiali.
Stessa elite al comando, stessa struttura di potere, stesso apparato propagandistico che ironicamente si serve anche di peculiari cani da guardia chiamati “cacciatori di fakes”, che imperversano sui social con inedita furia censoria.
Ma per una sorta di incantesimo esistono nei più delle zone cieche che rendono impossibile vedere come i vari emergenzialismi pandemici, climatici, securitari, o di guerra portino tutti a rafforzare la presa dell’ elite ai danni dell’ umanità.
Il sapere medico in particolare sembra essere blindato, l’ apparato tecnocratico lo tiene al riparo dalla possibilità di critica sociale.
E in questo scontiamo una regressione culturale impressionante rispetto alle elaborazioni degli anni 70, alle opere di Ivan Ilic, Franco Basaglia, massimo esponente in Italia della critica alla psichiatria come strumento di controllo sociale (vedi La maggioranza deviante, 1971), Michel Foucault e le sue analisi su biopolitica e biopotere (M. Foucault, La volontà di sapere, 1976 e Sorvegliare e punire, 1975) che raccoglievano teoricamente quel che i movimenti sociali antiautoritari vivevano nella pratica delle lotte.
Un individuo scisso, sofferente, pieno di paure, come può porsi di fronte a queste spinte se non facendole proprie e diventandone riproduttore a sua volta?
Una nuova umanità non solo è possibile, ma non è più rimandabile, in questi tempi apocalittici, terribili e proprio per questo anche occasione storica quanto mai propizia al cambiamento.
Quel che vedo è che le varie forme di coscienza scissa e alienata prendono grosso modo due grandi direzioni di senso: quella spiritualista di stampo new age e quella materialista (attenzione: niente a che vedere con il marxiano materialismo storico, sul quale non voglio qui dilungarmi).
Entrambe le visioni riflettono il dualismo dell’ homo mentalis interiormente rotto.
È la coscienza “borghese” (funzionale al modo di produzione, senza coincidenze sociologiche del termine) che si fa egemone, e culto obbligatorio.
La prima non avrà coscienza del nodo strutturale evidenziato da Marx, e chiamerà in causa, di fronte ai problemi epocali, categorie moralistiche fuorvianti e inutili come “la lotta tra il bene e il male” o l’ ingerenza degli Ufo o altre simili amenità dietrologiche che lasceranno solo un tormentato senso di impotenza, oltre che forme pensiero a dir poco dubbie per la salute psichica.
Nell’ altro caso, il materialismo meccanicistico da un lato si rivela incapace di una visione unitaria, sclerotizzato e mummificato in formulette ideologiche e non pensiero “vivo” al servizio dell’ azione trasformativa. Marx amava dire ai suoi epigoni mummificatori:
“io non sono marxista, sono Marx”. Metodo, non dogma.
Dall’ altro lato, i fautori di questa corrente di pensiero (scisso) non sanno niente dell’ assurdita’ di contrapporre spirito (energia) e materia come fossimo ancora nell’ ottocento.
Quindi non si rendono conto che tutto quel che viene fatto contro la salute, il corpo e l’ autodeterminazione non ha soltanto conseguenze organiche, ben visibili per esempio dal generale abbassamento delle condizioni di salute (nel senso già richiamato di completo benessere biologico, psichico e sociale) negli ultimi tre anni.
C’ è sempre un aspetto sottile che accompagna il concreto: che cosa comporta per lo spirito subire l’ espropriazione del proprio corpo sotto ricatto e coercizione violenta?
Le conseguenze non possono che essere tragiche, e anche in questo caso molto ben visibili a chi riesce a vedere.
Occorre dunque riprendere le fila di un pensiero critico da costruire collettivamente, perché nessuno basta a sé stesso.
Mi piace definire questo pensiero critico necessario come “materialismo magico”, per lo stimolo ricevuto dall’ omonimo testo di Stefania Consigliere: Materialismo magico. Magia e rivoluzione (Derive Approdi, 2023).
Un pensiero che si interroghi, dice l’ autrice, “sulla relazione tra rivoluzione e magia, politica e sacro, visibile e invisibile, ordinario e non ordinario (.….), quel che non ha governo, e mai ce l’ avrà, la fascia umbratile tra il mondo così com’è e gli infiniti mondi possibili.”
Terreno questo colpevolmente abbandonato alla gestione squadristica dell’estrema destra, che sembra oggi l’unica corrente ideologica interessata al tema, oltre ad occupare militarmente il campo di valori cavallereschi come onore, integrità, dignità personale, coraggio.
Ovviamente, loro interesse è sempre quello di finire per altre vie verso la legittimazione dell’esistente, di cui sono da sempre i cani da guardia ben manovrati.
La buona notizia è che niente è irreversibile e tutto può cambiare, a condizione di prenderne coscienza e scardinare quella sorta di “patto” basato sull’ appropriazione indebita stipulato col potere, un potere sempre più “diabolico” nel senso etimologico di divisivo (dal greco dia/ballein, dividere).
Partire da sé stessi e lottare disciplinatamente, con metodo, per la propria integrità, che non si consegue una volta per tutte, così come non si perde una volta per tutte: “semper incipit”, ricomincia sempre, cadi, rialzati, riprendi il cammino, a testa alta.
Negli ultimi tre anni ho imparato una cosa che ora mi pare assodata, ma che per tutta la vita precedente (vissuta sempre da uomo che prende parte attivamente alle vicende umane) non vedevo: la Libertà è prima di tutto una conquista interiore.
Senza questo passaggio, qualsiasi assalto al cielo, o alla Bastiglia, o al Palazzo d’ Inverno, per quanto generoso sia, è destinato a fracassarsi al suolo come tutte (quasi tutte) le esperienze rivoluzionarie del passato.
Viceversa, col lavoro interiore, è possibile sperimentare una forza che niente e nessuno potrà mai soffocare, con nessun ricatto, nessuna violenza, o galera, né guerra.
La luce dello spirito sarà sempre indomita, e vincerà, anzi ha già vinto nella testimonianza di chi mai si è fatto piegare neanche di fronte ai ricatti più atroci del periodo pandemico.
La repressione applicata contro i dissenzienti negli ultimi anni, li ha colpiti nel diritto al lavoro, nella socialità, negli affetti personali, nel diritto a fare attività sportive o a manifestare semplicemente il loro pensiero, o il sacrosanto diritto di scegliere le proprie cure.
Il potere li ha colpiti persino nel diritto di stare vicino ai propri cari malati, condannando questi ultimi a morire soli, e senza neppure un funerale a ritualizzare il trapasso.
Un livello di sadismo che non ha precedenti nella storia contemporanea.
La resistenza fiera di questa minoranza è stata a servizio e beneficio di tutta la collettività.
In questa esigenza non più rimandabile di un pensiero critico che guidi verso radicali cambiamenti di passo, occorre a mio avviso andare a riprendere contributi del pensiero libertario.
Penso per citarne solo alcuni alla grande rivoluzionaria Emma Goldman, agli Zapatisti, alla resistenza mai vinta del popolo Mapuche, al Nicaragua della rivoluzione sandinista, che sognavo quando ero ancora sul banco del liceo, e che ho raggiunto poco dopo per darle il mio sostegno.
Una rivoluzione che sebbene piegata dal mostro imperialista nordamericano tra atroci violenze, lascia l’esempio luminoso del sincretismo tra il meglio di tre grandi correnti di pensiero: quella marxista (eguaglianza), quella cristiana (amore e compassione) e quella liberale (stato di diritto e libertà civili).
E lascia anche poetesse straordinarie come Gioconda Belli, che di quella rivoluzione è stata protagonista.
Questo scritto mette solo in fila un po’ di considerazioni, senza troppe pretese: non sono un intellettuale (per mia fortuna) ma uno che studia per poter agire nel mondo al meglio che posso, con tutta la passione che posso, per trasformarlo e lasciarlo meglio di come l’ ho vissuto.
Accenno soltanto a questioni che andrebbero approfondite, spero comunque possano essere stimoli utili.
Per chi volesse contattarmi privatamente per un confronto, di cui sono sempre felice: scrivere a davidemilazzo@hotmail.it
Orsigna, maggio 2024 Davide Milazzo, Ai Wushi
