
“I vietnamiti piantano il riso, i cambogiani lo guardano crescere..i laotiani lo ascoltano”.
Scrivo questo articolo sollecitato dalla lettura di un ottimo articolo: “Il contenuto pedagogico delle arti marziali, il non verbale nell’educazione dell’aikido, di Roberto Travaglini, rivista Metis (lo trovate su internet).
Come afferma l’antropologa Stefania Consigliere con grande potenza descrittiva (vedi “Favole del reincanto”), l’ uomo occidentale viene sottoposto a “un lungo addestramento all’ incapacità di pensare le esperienze che esulano dallo stato ordinario di coscienza e dalla ragione strumentale”.
Un addestramento che nel profondo entra in contraddizione con quella parte di noi stessi che si lega ad altro, a qualcosa di antico e insopprimibile.
Qualcosa che non ci sta a farsi plasmare ad una visione riduzionista e meccanicistica della vita, e che se pure in modo estemporaneo, disorganizzato (perché non “addestrato” appunto), erompe nella vita di tutti sotto forma di sogni, intuizioni, sincronicità, déja vu, predizioni, immagini poetiche… sentimenti.
La contraddizione tra l’ addestramento alla visione razionalista e questi stati rivelatori di altre dimensioni dell’ essere è causa di enormi sofferenze psichiche, spesso inconsapevoli, perché il negarne l’ esistenza fa parte del processo di addestramento all’unico mondo possibile, quello neoliberista.
Il neoliberismo riesce ad imporsi come unico “incanto possibile” proprio addestrando al disincanto, con sistematica violenza reificante. Reductio ad unum della molteplicità.
L’ articolo che segnalo è di grande interesse, perché entra nel dettaglio del significato di una trasmissione di tipo tradizionale che è lontana anni luce dagli schemi pedagogici che conosciamo.
Una tradizione che non è centrata sulla trasmissione orale, che stimola sempre la parte cerebrale, mentale ed egoica dell’ allievo, ma sul risvegliare la parte intuitiva, sensoriale e sensitiva.
in una dimensione in cui il silenzio e l’ imitazione sono il crogiuolo di quel che passa da pelle a pelle, da cuore a cuore, da spirito a spirito.
Trovo efficace il parallelo che l’ autore fa con le antiche arti artigiane medioevali, in cui quel che passa non è riducibile al mero dato del visibile, il maestro non insegna a creare solo qualcosa di concreto.
Insieme alla capacità manuale passava da maestro ad allievo qualcosa di sottile che innescava in quest’ultimo un processo interiore di trasformazione e risveglio.
L’ autore parla di Aikido, ma non credo vi siano differenze di metodo e sostanza nelle arti marziali tradizionali in generale.
L’arte tradizionale se vissuta con coerenza e dedizione è totalmente altro dalla dimensione sportiva, perchè finisce per toccare la crescita della persona in tutti i suoi aspetti, ben oltre la solita dicotomia mente-corpo o materia-spirito.
Lo sport riproduce in toto le strutture fondanti della società: competizione, cura di aspetti quantitativi di tipo yang, accumulazione di nozioni.
Lo sport in definitiva coltiva l’illusione di essere sani in una società malata basata sull’essere teste senza corpi o corpi senza teste.
L’arte marziale tradizionale è cura, trasformazione e risveglio.
Nella società della scissione schizoide tra mentalismo e stati dell’ essere repressi,
l’ arte marziale tradizionale lavora per liberare questi ultimi.
Demolisce gli schemi consueti e costruisce altro, in una prospettiva di profonda resurrezione, è il caso di dire.
Viviamo immersi nel rumore continuo, interno ed esterno.
Per coloro che abbracciano la Via tradizionale, la crescita è nel vuoto:
“ svuota la tua tazza, se è colma niente entra”.
E nel silenzio.
Svuotare e rigenerarsi, come instancabili artigiani del corpo e dello spirito, ricominciando sempre, semper incipit.
Shifu Ai Wushi
scuolalibertao.org

