Tratto da: “Il rituale del dragone” di Georges Charles (Shengren Daoshi San Yi Quan), edizioni Chariot d’Or.
Traduzione di Michele Baldrati, praticante di Scuola LiberTao

Tempio Shaolin
In giapponese, Dojo (o Dōjō) significa letteralmente «Luogo di Via», dunque «Luogo della Via» e, per estensione, «Luogo dove si studia la Via».
Do rappresenta la Via, il Tao (Dao), e Jo o Ba era inorigine il luogo o l’area situata al centro del villaggio dove si batteva il grano (frumento, riso ecc.) e che molto spesso forniva lo spazio dove venivano eseguite le danze stagionali e le cerimonie legate al culto della natura e della prosperità.
Tutto ciò corrisponde al sanscrito Bodhimandala, dove Bodhi rappresenta l’illuminazione, la conoscenza perfetta, e Mandala un’area a forma di cerchio che può servire di supporto a immagini o forme simboliche.
In cinese si tratta dunque di Tao Chang o Dojang (Ric.4767 e 196), «luogo riservato al culto ancestrale e alle offerte».
Il Dojo o Dojang è nello stesso tempo «il luogo dove il Budda raggiunge l’Illuminazione».
In sanscrito Illuminazione si dice Bodhi … ma Bodhi è anche il fico (Ficus religiosa) sotto il quale Siddharta Gautama, dunque il futuro Budda, realizza questa Illuminazione.
Il Dojo giapponese, il Dojang cinese, il Bodhimandala sanscrito sono dunque simbolizzati dall’ area sacra e consacrata (mandala) ricoperta dall’ombra di questo albero di fico.
È per questa ragione particolare che, in Cina come in Giappone, il Dojang e il Dojo sono classicamente costruiti in legno.
Questo simbolismo dell’albero che delimita un luogo di pratica fu ripreso dal Maestro Funakoshi Gichin (1869-1957) quando creò il suo primo Dojo, lo Shotokan, che darà il nome alla sua scuola di Karatedo. Shoto designa lo pseudonimo sotto cui il Maestro Funakoshi scriveva le poesie, e significa «l’ondulazione dei pini sotto il vento».
Funakoshi ne parla nel suo libro Rentan Goshin Karate Jitsu, che diventerà in seguito Karatedo Kyohan. È importante precisare che il carattere giapponese Kara di Karatedo si legge in cinese Tang.
Tang (Ric.4738) in questo caso, rappresenta «il percorso che porta dalla porta principale di una casa alla sala degli antenati» … poi, per estensione, la dinastia con lo stesso nome, dunque la Cina antica.
Perd elle ragioni dettate unicamente dal nazionalismo degli anni trenta in Giappone, questo carattere furimpiazzato da un altro carattere, omofono, che significa «vuoto» (Kara o Tang, Ric. 2892), ma anche, seguendo il dizionario Ricci, «stupido, brutale, cavo, senza consistenza, vano, fittizio, inutile, senza risultato, perso, fallito».
Ciò è abbastanza significativo del livello culturale dei nazionalisti nipponici degli anni trenta. Funakoshi Gichin, che era al contrario un fine letterato consapevole della «rettitudine delle parole» (Zheng Ming), rimase sempre legato al carattere originario antico – si capisce perché! – e si premurò di farlo sapere:
«I pini blu ondeggiano lentamente sotto la brezza, la porta della casa conduce all’altare degli antenati. Essi mi aspettano ormai sull’ isola dove il pugno serrato è simbolo della Pace»
A proposito del suo insegnamento dello Shotokan aggiunge:
«Studiare l’antico permette di comprendere meglio il presente. Antico e nuovo: non è che una questione di tempo. L’importante in tutte le cose è la chiarezza dello spirito. La Via del Sempre si impronta allora nella rettitudine della Via».
Che uno sia Judoka, Karateka, Aikidoka, Kendoka, Kyudoka o persino praticante di Zen, il luogo incui si costruisce la propria pratica è il Dojo.
Sfortunatamente questo termine, come l’indirizzo che designa, è spesso vuoto di significato e la pratica perde allora la sua vocazione profondamente educatrice. Quello che resta è solo una immagine vagamente orientalizzante in un contesto che si cerca di rendere esclusivamente sportivo.
Tutt’al più ci sarà sul muro la fotografia, spesso molto impolverata, di un antico maestro del quale ci si affretterà a dimenticare, se non proprio il nome, almeno i precetti che furono all’origine del suo insegnamento. Così i piccoli Judoka che praticano sotto l’occhio dubbioso di un Jigoro Kano in abito da cerimonia, non sentiranno probabilmente mai parlare di «Migliore Uso dell’Energia» (Seiryoku Zenyo) … che significa semplicemente «minore sforzo per raggiungere un effetto maggiore», né di «aiuto reciproco e mutua prosperità» (Jita Kyoei), che motivavano il suo insegnamento, dunque il Judo, e di cui le calligrafie scritte di proprio pugno ornavano i muri del Dojo principale del Kodokan.
Così, anche i piccoli Karateka che praticano sotto il sorriso enigmatico del Maestro Funakoshi ignorano che egli, sempre nella sua opera magistrale, Karatedo Kyohan, affermava, nell’introduzione, che l’ideogramma Kara significava «che viene dalla Cina» … e che Karate si legge semplicemente «La Mano di origine cinese».
Nella conclusione della stessa opera fornisce anche una definizione del termine Budo che numerosi responsabili federali farebbero bene a meditare ogni tanto:
«La parola Bu di Budo è scritta con un antico carattere cinese che significa “arrestare”, unito ad un altro carattere che simboleggia un’alabarda. Il carattere completo significa dunque “arrestare laviolenza”, “far cessare ogni conflitto”.
Dal momento in cui il Karatedo è diventato un Budo, questo significato deve avere la preminenza su tutti gli altri».
Ecco d’altra parte quello che dice il Maestro Fondatore dell’Aikido, Morihei Ueshiba, su questo famoso carattere Bu: «Il primo elemento di Takemusu si pronuncia anche Bu.
L’ideogramma cinese Bu ( WU 武 ) significa letteralmente “arrestare la lancia nemica”, il ché significa mettere da parte le discordie e mantenere la pace. Take/Bu simboleggia il valore, il coraggio, la saggezza, la compassione del Divino.
È una forza dinamica e vigorosa che protegge e nutre tutte le cose.
Take/Bu è il Divino.
È il cammino aperto dagli dei, fatto di verità, di bellezza e di bontà.
Take/Bu è dirittura. Takemusu Aiki è la “valorosa forza dell’armonia procreatrice, sorgente della via, (Sei No Iki), imperturbabile, totalmente integrata, totalmente libera e suscettibile di trasformazioni illimitate». (L’essenzadell’Aikido, di Morihei Ueshiba).
Rispettare i Maestri Kano, Funakoshi, Ueshiba consiste probabilmente, da una parte nello spolverare di tanto in tanto le loro foto e, d’altra parte, a non tradire continuamente i loro insegnamenti professando altre cose da quelle che essi affermavano quando erano ancora al mondo.
Altrimenti i piccoli Judoka, i piccoli Karateka, i piccoli Aikidoka praticheranno solo un piccolo judo, un piccolo karate, un piccolo aikido … e resteranno piccoli.

