Ideogramma Cuore: una ciotola vuota e ricettiva. Il vuoto è condizione di integrità, accogliere il proprio Spirito. Un cuore riempito dalle emozioni o dal mentale comporta una vita depotenziata e infelice in cui è l’ego e non lo spirito a gudarci.

Nel kungfu cinese il combattimento si basa raramente sulla contrapposizione delle forze, ma piuttosto sull’assecondamento e l’ascolto.

Concetto che non ha niente a che vedere con l’essere passivi: si tratta al contrario di un utilizzo alquanto raffinato della forza, in cui le capacità propriocettive del corpo vengono sollecitate al massimo.

Per sviluppare la qualità dell’ascolto e potere quindi utlizzare la forza dell’avversario contro di lui, ci vuole un corpo intelligente e dotato di una sensibilità fuori dal comune.

“Non usare solo la mano come una mano, ma tutto il corpo come fosse una mano” significa che ogni millimetro di pelle diventa vivo e sensibile al cambiamento come un radar.

Vi sono stli che possono enfatizzare più o meno il concetto, ma è presente in tutto il kungfu.

Il Tanglang quan (pugno della mantide religiosa) riassume l’ascolto all’interno dei suoi 12 princìpi caratteristici dello stile: zhan (sigilllare) e nian (aderire).

Come fa l’insetto cui si ispira, il Tanglang sviluppa ai massimi livelli l’ascolto incollandosi all’avversario e riducendo progressivamente le distanze fino ad invadere il suo centro.

Anche per la lotta tradizionale cinese (shoubo) l’ascolto è importantissimo: le proiezioni sono eseguite creando un’armonia yin-yang con l’avversario.

In tal modo la forza centrifuga si sviluppa senza inutili zavorre date dalla rigidità.

Contra-zione è ciò che ostacola l’azione, la qualità che cerchiamo è la connessione rilassata.

Per questo ci alleniamo per trovare il corretto rapporto tra tensione e rilassamento, concetto quest’ultimo che viene spesso equivocato.

Forza ed elasticità sono i presupposti per avere un corpo vivo e capace di ascolto, niente a che vedere con il rilassamento gelatinoso e sconnesso dei sostenitori di pratiche tofu condotte solo all’insegna dell’ipostress.

Occorre dunque individuare per ciascun praticante quello che Buddha chiamava “il retto sforzo”, senza il quale nessuna evoluzione è possibile, in termini moderni: eustress, o stress buono.

Un corpo rigido non è in grado di ascoltare esattamente quanto un corpo rammollito,

in apparenza rilassato ma in realtà simile a una patata cotta male: molle fuori, dura dentro, sensazione che si ricava immediatamente “incrociando le braccia” con “praticanti tofu” come li definiva Bruce Lee.

Dal mio punto di vista la pratica marziale, il combattimento, trova oggi la sua più profonda ragion d’essere nel preparare a vivere meglio la vita, in un processo che va dal concreto al sottile.

Non mi dilungo quindi oltre, in riferimento al combattimento, se non per dire che il lavoro in coppia, pelle a pelle, è l’unico che possa dare un riscontro concreto sulla capacità di ascolto del praticante, permettendo di migliorare enormemente la sensibilità propiocettiva, la connessione interna della struttura materiale ed energetica.

Il concetto di Ascolto dunque, per chi volesse fare il salto dal vivere la pratica alla pratica della vita, si riferisce al rapporto con se stessi e con il prossimo.

Qualcuno diceva: “ama il prossimo tuo come te stesso”, che in altre parole significa che senza amor proprio amare l’altro è impossibile, inutile farsi illusioni.

Stessa cosa vale per l’ascolto: il suo ostacolo è l’autoreferenzialità del mentale.

Un corpo rigido è risultato di mente rigida, a sua volta determinata da un cuore chiuso.

E’ dunque evidente quanto in questa prospettiva c’è molto di più che imparare a combattere in senso sportivo o dell’autodifesa: coltivare l’ascolto significa coltivare il fluire nella vita senza inutili fardelli e restrizioni!

Il corpo riacquisterà il naturale e animale stato di grazia solo e soltanto se vi è reale intenzionalità al lavoro sul cuore e sulla mente, in una dinamica di continua, simultanea, reciproca interconnessione di questi piani.

Arrivo al dunque, che per ragioni di spazio mi limito qui solo ad enunciare: ascoltare se stessi, riconoscendo e affrontando in modo trasformativo gli stati egoico difensivi, è la pre-condizione per ascoltare il mondo circostante, persone, animali, alberi, l’ universo tutto della Vita.

Si ha quindi accesso ad una modalità di conoscenza, quella intuitiva, che oggi risulta del tutto schiacciata dal sapere logico razionale dell’uomo occidentale, costretto così a vivere disconnesso, vittima del suo mentalismo e delle fluttuazioni emotive continue.

Come ben insegna la medicina cinese le emozioni sono la prima causa di malattia qualora prendano il timone delle nostre vite.

Essendo un movimento energetico, ciascuna con precise caratteristiche, il praticante dell’arte di nutrire la vita (kungfu, qigong, yoga..) deve essere in grado di regolarsi.

E soprattutto di agire finché il movimento del Qi riguarda il mondo della non forma, ovvero prima che si materializzi lo stato patologico. L’energia modifica infatti la materia: attraverso la pratica è possibile infatti cambiare in meglio il corso del proprio destino.

Ogni stato emotivo alterato, oltre a produrre uno stato di distorsione permanente nel rapporto con la realtà circostante, e quindi di disconnessione, consuma inesorabilmente il Jing, il nostro patrimonio vitale che ci consente di vivere al meglio questa vita, e forse di affrontare quella grande trasformazione che è la morte potendo continuare ad elevarsi.

La nostra pratica è a tutti gli effetti psicoterapia dello spirito che si incarna nel lavoro intelligente del corpo.

L’ emozione più distruttiva con cui fare i conti, specialmente in questa fase storica è la paura.

Vivere immersi nella paura implica il crollo del Jing, e con esso dello Shen.

Ai Wushi

Scuola Libertao, Arti del Corpo per Spiriti Liberi

www scuolalibertao org

Faccio seguire una interessante citazione di R. Steiner🐯👊

“Mi rifiuto di sottomettermi alla paura

che mi toglie la gioia della libertà,

che non mi lascia rischiare niente,

che mi fa diventare piccolo e meschino,

che mi afferra,

che non mi lascia essere

diretto e franco,

che mi perseguita e occupa negativamente la mia immaginazione,

che sempre dipinge cupe visioni.

Non voglio alzare barriere

per paura della paura.

Io voglio vivere e non voglio rinchiudermi.

Non voglio essere amichevole per paura di essere sincero.

Voglio che i miei passi

siano fermi perché sono sicuro

e non per coprire la paura.

E quando sto zitto,

voglio farlo per amore

e non per timore delle

conseguenze delle mie parole.

Non voglio credere a qualcosa

solo per paura di non credere.

Non voglio filosofare per paura

che qualcosa possa colpirmi da vicino.

Non voglio piegarmi

solo per paura di non essere amabile,

non voglio imporre qualcosa agli altri

per paura che gli altri possano imporre qualcosa a me;

per paura di sbagliare non voglio diventare inattivo.

Non voglio fuggire indietro verso il “vecchio”

per paura di non sentirmi sicuro nel “nuovo”.

Non voglio farmi importante

perché ho paura di essere altrimenti ignorato.

Per convinzione e amore

voglio fare ciò che faccio

e smettere di fare ciò che smetto di fare.

Dalla paura voglio strappare

il dominio e darlo all’Amore.

E voglio credere nel Regno

che esiste in me.”

Rudolph Steiner, Forgiando l’armatura

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