Il movimento contro la globalizzazione di allora, sviluppato a livello internazionale come incrocio fecondo di resistenze creative e radicali, intercettava tutti i temi che via via fino all’oggi sono diventati essenziali nel costituire un sistema capitalistico sempre più invivibile quanto piramidale e distruttivo. La perdita di sovranità nazionale a vantaggio delle multinazionali e della finanziarizzazione dell’economia, la precarietà estesa ad ogni segmento vitale, dal lavoro alle relazioni, la devastazione ambientale: il movimento, nato a Seattle nel cuore dell’Impero e diffuso fino alle periferie, aveva fatto centro su tutto.

E per questo doveva essere stroncato.

Con la brutale repressione avvenuta durante i fatti di Genova, definita a ragione una “macelleria messicana”, il messaggio è stato chiaro: lo stato ha dichiarato definitivamente archiviato ogni spazio di mediazione con le istanze popolari, fino ad allora cosa possibile.

La dinamica delle lotte, anche le più radicali, fino al 2001 comportavano sempre un livello di mediazione che produceva risultati in base ai rapporti di forza che si riusciva a stabilire sul campo.

Ogni diritto, ogni avanzamento sociale è sempre stato conquistato nel fuoco delle lotte, MAI REGALATO PER GENTILE CONCESSIONE, SIA BEN CHIARO e per quanto riguarda l’Italia in modo particolare, nel decennio successivo al 1968, periodo di enorme avanzamento in cui si è conquistato il diritto allo studio, la riforma sanitaria, diritti civili come aborto e divorzio, la chiusura dei manicomi, e moltissimo altro.

Per chi ha memoria storica sembra banale parlare di questo, ma oggi chi ha memoria? Ben pochi.

Chi scrive a Genova c’era, e anche in tutte le fasi precedenti in cui quel movimento si è manifestato.

All’epoca avevo 30 anni, e già 15 anni di militanza sulle spalle, e questa esperienza anche tecnica maturata nelle piazze e enei cortei, mi ha protetto dal riportare traumi psichici e fisici che molti altri, purtroppo, mai hanno potuto superare.

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