A Genova nel luglio 2001 lo stato ha messo la parola fine a ogni spazio di desiderio vitale di un mondo diverso.
E non solo il governo Berlusconi allora in carica, ma lo Stato tutto, con l’ intero spettro del sistema di potere. L’ anno prima a Napoli, governo d’ Alema, c’è stata la prova generale del massacro di Genova.
Il capo della Polizia che gestiva la piazza genovese era uomo del PD, gli agenti della Digos che piazzarono le molotov dentro le scuole Diaz per giustificare il massacro a freddo di gente che dormiva, venivano dalla questura di Bologna.
E nella sala operativa dei cc, dove è stata pianificata l’ esecuzione di un ragazzo in piazza, nonché le torture protratte per diversi giorni dopo la manifestazione, a freddo non in piazza, come nella caserma Bolzaneto, c’era Fini.
Il movimento contro la globalizzazione di allora, sviluppato a livello internazionale come incrocio fecondo di resistenze creative e radicali, intercettava tutti i temi che via via fino all’oggi sono diventati essenziali nel costituire un sistema capitalistico sempre più invivibile quanto piramidale e distruttivo. La perdita di sovranità nazionale a vantaggio delle multinazionali e della finanziarizzazione dell’economia, la precarietà estesa ad ogni segmento vitale, dal lavoro alle relazioni, la devastazione ambientale: il movimento, nato a Seattle nel cuore dell’Impero e diffuso fino alle periferie, aveva fatto centro su tutto.
E per questo doveva essere stroncato.
Con la brutale repressione avvenuta durante i fatti di Genova, definita a ragione una “macelleria messicana”, il messaggio è stato chiaro: lo stato ha dichiarato definitivamente archiviato ogni spazio di mediazione con le istanze popolari, fino ad allora cosa possibile.
La dinamica delle lotte, anche le più radicali, fino al 2001 comportavano sempre un livello di mediazione che produceva risultati in base ai rapporti di forza che si riusciva a stabilire sul campo.
Ogni diritto, ogni avanzamento sociale è sempre stato conquistato nel fuoco delle lotte, MAI REGALATO PER GENTILE CONCESSIONE, SIA BEN CHIARO e per quanto riguarda l’Italia in modo particolare, nel decennio successivo al 1968, periodo di enorme avanzamento in cui si è conquistato il diritto allo studio, la riforma sanitaria, diritti civili come aborto e divorzio, la chiusura dei manicomi, e moltissimo altro.
Per chi ha memoria storica sembra banale parlare di questo, ma oggi chi ha memoria? Ben pochi.
Chi scrive a Genova c’era, e anche in tutte le fasi precedenti in cui quel movimento si è manifestato.
All’epoca avevo 30 anni, e già 15 anni di militanza sulle spalle, e questa esperienza anche tecnica maturata nelle piazze e enei cortei, mi ha protetto dal riportare traumi psichici e fisici che molti altri, purtroppo, mai hanno potuto superare.
Soprattutto per coloro che a freddo sono stati torturati e sottoposti a varie forme di umiliazione fisica, psicologica e sessuale nelle caserme genovesi.
Come se non fossero bastati i tristi avvenimenti a caldo come i pestaggi, l’esecuzione di un ragazzo di 20 anni, l’uso dei gas CS, hanno voluto aggiungere l’oscenità di quanto è successo per giorni a freddo su gente completamente inerme e di fatto sequestrata e detenuta in condizioni del tutto estranee ad uno stato di diritto.
Vorrei consigliare la lettura di un libro scritto da un infermiere carcerario e testimone delle torture: ” Io l’infame di Bolzaneto, il prezzo di una scelta normale”, edizioni Yema 2004 di Marco Poggi. Una testimonianza sconvolgente. Marco era infermiere carcerario a Bologna, alla Dozza.
Inviato in trasferta a Genova durante i fatti si è trovato ad assistere a cose di inaudita crudeltà, non solo da parte delle forze dell’ordine su detenuti, ma anche da parte di medici e infermieri del carcere che istruivano sul come torturare lasciando meno segni possibili.
A seguito della sua denuncia è stato sottoposto a mobbing finchè si è licenziato.
Dopo i drammatici fatti di Genova si è rotto qualcosa, è un trauma collettivo mai superato. Mancano proprio il coraggio e il desiderio, le pulsioni Vitali per eccellenza.
E domina l’ impulso di morte attraverso la fissazione per la “sicurezza”. L’ ossessione securitaria incarna l’impulso di morte, perché la Vita è rischio, coraggio, desiderio. La sicurezza va a braccetto con la logica di guerra, che ne è il derivato: si vis pax para bellum.
Vite sempre più sole, il cui desiderio Massimo è avere una connessione sicura. Spettri di vite che delegano a uno stato sempre più militarizzato. L’ acceleratore è stato spinto al massimo dal potere con la “guerra sanitaria”, apoteosi del delirio securitario. In nome della sicurezza di non prendersi poco più di un raffreddore si è stati disposti a farsi chiudere in casa, ad accettare la militarizzazione di tutto, le logiche delatorie, dispositivi disumanizzanti come il green pass, la ferocia di stato contro chi non si è omologato.
Ma c’è troppa vigliaccheria per elaborare l’ enormità di questo ulteriore trauma. Non si pensa, si rimuove tutto, come ordina il potere. È il modo migliore per garantirsi il peggio, la rimozione, come insegna la psicologia del profondo.
Le piazze sono vuote per forza: la morte non si porta in piazza, ti tiene agganciata alla fruizione di un immaginario vuoto, opaco, rassegnato, in cui il massimo della trasgressione è guardarsi un film su pornhub.
È una vita diserotizzata, totalmente, perché Eros è la spinta alla vita più potente.
Occorre lavorare per la Potenza Desiderante, prima di tutto in sé stessi, sennò non si va lontano.
Aggregati di gente sofferente creano solo altra sofferenza.
Lavoro interiore, corpo/mente/Spirito
Questo è quel che faccio e condivido con i miei ragazzi.
Per due terzi della mia vita ho fatto lotte sociali.
Ora condivido una Via in cui pazientemente si ricostruisce Potenza Desiderante e pulsione per la vita. Componenti essenziali per vivere felici, e naturalmente per Sovvertire questo sistema di morte.
Ai Wushi
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